Dal nutrirsi all’abbuffarsi: i significati psicologici del cibo

Dal nutrirsi all’abbuffarsi: i significati psicologici del cibo

Mentre leggo o ascolto molte storie di cambiamento all’interno del nostro gruppo, mi rendo conto di quanto l’aspetto psicologico in un percorso di perdita di peso, o semplicemente nella conquista di sane abitudini alimentari, di un corpo più tonico, sia fondamentale.

A lato di storie di buona riuscita del programma, ci sono anche storie di non riuscita. Perché? É importante ricordare che se per alcune persone basta un poco di forza di volontà e impegno,per altre il percorso sembra più difficile. Quindi la dieta non funziona? Ci sono tanti aspetti da considerare e uno dei più importanti è il lato psicologico del percorso.

Se abbiamo cattive abitudini alimentari queste possono incidere sul nostro peso e, anche se c’è chi è più o meno fortunato in termini di metabolismo (parlo di quelli che si abbuffano e non ingrassano mai), la nostra salute nel tempo risente, o beneficia, in ogni caso di ciò che mangiamo. Per questo, indipendentemente dal trovarsi in sovrappeso o no, dovremmo sempre chiederci: mi sto nutrendo nella maniera corretta? Cosa influenza la mia alimentazione?

The China Study - Libro The China Study – LibroLo studio più completo sull’alimentazione mai condotto finora – Sorprendenti implicazioni per la dieta, la perdita di peso e la salute a lungo termine
T. Colin Campbell, Thomas M. Campbell

Compralo su il Giardino dei Libri

Il rapporto con il cibo è molto profondo, quindi vista la mia passione per l’argomento di cui ho trattato anche qui: Fame nervosa: mangiare è legato alle gratificazioni affettive e la voglia di offrire un supporto a chi vuole migliorare nell’ambito alimentare, ho deciso di condividere un articolo che ho trovato veramente molto interessante.

“Oggi il fenomeno dell’obesità costituisce un fenomeno di incidenza sempre maggiore non solo fra gli adulti ma anche nei bambini; è aumentato perciò l’interesse e la sensibilità verso questo problema sia da un punto di vista strettamente medico sia da un punto di vista sociale, tanto che da più parti viene sentita la necessità di diffondere ed incrementare informazioni sulle corrette abitudini alimentari, e di promuovere la cosiddetta cultura del “mangiar sano”. Mangiare e bere costituiscono la risposta a pulsioni fisiologiche attraverso le quali l’organismo richiede energia e nutrimento.

Mangiare e bere però rappresentano anche un’ esperienza psicologica, che corrisponde all’appagamento di un desiderio. Dunque il cibo assume valenze che vanno ben oltre il solo nutrimento. Esiste infatti da sempre anche una concezione non strettamente alimentare del cibo, legata a fattori sociali, culturali e simbolici che derivano a loro volta dagli usi e costumi, dalla storia, e dai valori che caratterizzano una determinata società.

Se è vero che la nutrizione si pone come necessità fisiologica, è anche vero che le risposte a quest’ultima sono condizionate dal contesto socio-culturale e possono essere considerate risposte sociali e culturali. Questo spiega perché in molti casi l’obesità non dipenda da fattori organici ma si presenti collegata ad una alterazione del comportamento alimentare di origine psicologica o psico-sociale.

Il supporto psicologico diventa perciò un elemento molto importante nella gestione e nel trattamento del paziente obeso, dal momento che i fattori psichici possono incidere sia come cause che come effetti e conseguenze della patologia.

Rispetto alle cause, il cibo può diventare una sostanza da cui dipendere psicologicamente quando è vissuto o percepito come valvola di sfogo, come rifugio o come sostanza analgesica contro le sofferenze vissute durante la giornata, o contro situazioni di disagio o di conflitto. Pertanto stati d’animo come ansia, depressione, stress, inibizione emotiva possono influire sul rapporto con il cibo e causare un aumento di peso.

Spesso il cibo non è gustato, ma ingurgitato per riempire in fretta un opprimente senso di vuoto interiore, confuso con la sensazione di fame vera e propria.

Mangiare, o meglio abbuffarsi, allora, può diventare, in mancanza di altre possibilità espressive, l’unica risposta indiscriminata a difficoltà affettive ed emotive.

Il cibo può compensare un’affettività carente o non gratificante, può placare un’aggressività non altrimenti esternata, può attenuare momentaneamente stati d’ansia o sintomi depressivi, può consolare da delusioni, fallimenti o eventi traumatici (come lutti, separazioni…). Spesso la rabbia, la tensione, la noia ed altre emozioni sono confuse con la fame.

Le origini di quanto descritto possono essere rintracciate nel tipo di relazione instaurato tra il bambino e le prime figure di attaccamento, relazione che viene mediata anche dalle modalità con cui viene curato l’aspetto alimentare. Un tratto comune delle madri di giovani con problemi di obesità è proprio quello di aver imposto al figlio il proprio concetto rispetto a quelli che sarebbero stati i suoi bisogni.

Se la madre nutre il bambino sulla base di propri convincimenti quali, ad esempio, quello secondo cui un bambino grasso è un bambino bello e sano, o quello secondo cui il cibo deve essere fornito secondo precisi schemi in termini di quantità, qualità e orari, questa madre non tiene conto delle effettive e fisiologiche esigenze del piccolo, perciò con il tempo il bambino, avendo difficoltà a percepire lo stato interno di bisogno e di desiderio, comincerà a nutrirsi dipendendo da segnali e fattori esterni.

Può accadere inoltre che la madre sia distante affettivamente dal bambino pur essendo molto presente rispetto al suo compito o ruolo. Il bambino può allora percepire il cibo come surrogato dell’affetto e, diventato adulto, potrà assumerlo con questa stessa valenza: le emozioni vengono canalizzate solo attraverso il cibo e l’elaborazione psichica del disagio è sostituita dalla gratificazione che proviene dalle sensazioni corporee.

Succhi Freschi di Frutta e Verdura Succhi Freschi di Frutta e Verdura
Ingredienti e proprietà nutritive per migliorare la salute e risolvere disturbi e malattie
Norman Walker

Compralo su il Giardino dei Libri

Anche la presenza di un forte legame di tipo simbiotico con la madre durante l’infanzia può essere un fattore di predisposizione all’obesità. Il vincolo di dipendenza del bambino alla madre, inizialmente funzionale alla sopravvivenza del piccolo, se non viene sostituito da progressivi processi di separazione ed individuazione, che segnano la crescita psicologica dell’individuo in termini di autonomia, non lascia al bambino lo spazio sufficiente per diventare psicologicamente maturo e un individuo indipendente.

Spesso il bambino è considerato un bene prezioso a cui si debbono le cure migliori ma nello stesso tempo non gli viene riconosciuta la propria individualità. Non solo, ma in questo modo il bambino non è in grado di affrontare e tollerare le frustrazioni; pertanto in futuro potrà avere delle difficoltà a procrastinare il soddisfacimento di un bisogno, che invece è una capacità tipica della persona adulta e psicologicamente matura.

Evitando generalizzazioni, comunque, occorre sottolineare che le dinamiche che entrano in gioco nel predisporre all’obesità sono altamente soggettive, e anche il riferimento alle prime esperienze infantili acquista un certo spessore e significato solo se ci si riferisce a modelli di relazione fra il bambino e le sue figure di attaccamento che risultino in modo reiterato poco funzionali, incoerenti o incostanti.

Per quanto concerne le conseguenze psicologiche dell’obesità, spesso si assiste ad una dispercezione relativa al senso di fame e di sazietà, e soprattutto rispetto alle proprie dimensioni corporee, che nella maggior parte dei casi vengono sottostimate rispetto alla realtà.

Sensi di colpa, sintomi depressivi e bassa autostima sono i principali disagi psicologici riscontrabili nel soggetto obeso.

Dai un’occhiata alla storia di Margherita che ha fatto un ottimo lavoro: Dimagrire con soddisfazione: da 115 kg di peso alla felicità, la rinascita di Margherita

I sintomi depressivi possono derivare dall’incapacità di osservare un rigido regime alimentare unita allo sperimentare numerosi fallimenti. Il vissuto depressivo può risultare così significativo da interferire con la qualità della vita dell’individuo nel suo insieme, ed il probabile utilizzo del cibo come “antidepressivo”, tipico di questi pazienti, non fa che peggiorare pesantemente la situazione.

La bassa autostima è riscontrabile nella misura in cui questi individui tendono a sovrastimare l’apparenza corporea, riponendo nel raggiungimento di una migliore forma fisica irrealistiche aspettative di affermazione personale e consenso sociale.

Durante l’evoluzione della malattia, inoltre, l’obeso può perdere progressivamente la propria autostima a causa dei possibili fallimenti nei tentativi di perdita di peso, e ciò lo porta a stigmatizzare eventuali trasgressioni favorendo l’insorgere e il consolidamento dei sensi di colpa.

Si innesca così un circolo vizioso tale per cui il soggetto alterna momenti di restrizione alimentare con altri di perdita di controllo, con lo sviluppo di pensieri e comportamenti che perpetuano l’obesità.

Il Cibo che Cura Il Cibo che Cura
Alimentarsi secondo la psicosomatica e per contrastare le patologie
Carla Massidda

Compralo su il Giardino dei Libri

Oltre al tentativo di risolvere problemi medici causati dal soprappeso, ciò che motiva il paziente a decidere per un trattamento dell’obesità è un disagio generalizzato che l’obesità gli comporta: molti pazienti affermano di sentirsi “non normali”, “diversi” o addirittura “discriminati socialmente” a causa del loro peso, che crea notevoli ostacoli sia psicologici che fisici (spesso non riescono, per esempio, a guidare, a salire una rampa di scale o a vestirsi come vorrebbero); percepiscono il loro corpo come “estraneo”, “debordante”, “senza confini” e rifiutano la loro immagine corporea con conseguenti difficoltà relazionali e di accettazione di sé.

Nella cura dell’obesità, l’obiettivo primario non è dunque la perdita di peso ma acquisire uno stile di vita e abitudini alimentari rinnovate e sane. Si presentano allora delle possibilità di approccio multidisciplinare segnate non solo dall’aspetto medico/dietistico ma anche dall’attenzione all’aspetto psico-educativo e ai processi comunicativi e di ascolto.

All’inizio della terapia ad esempio sono molto utili i gruppi di sensibilizzazione, che permettono al paziente il raggiungimento di una progressiva consapevolezza del proprio disagio psicologico e danno motivazione a quei pazienti che, provenendo da numerosi tentativi falliti di cura, si definiscono come privi di possibilità di cambiamento

In questi gruppi, attraverso il confronto con altri che condividono sintomatologia e vissuti, in un clima di accettazione e di scambio, è più facile per il paziente verbalizzare le proprie esperienze dolorose, i vissuti di angoscia, colpa e vergogna. Prendendo coscienza di quanto il sintomo possa anche limitare la propria vita, il paziente riscopre i propri bisogni e desideri che possono così diventare una spinta al cambiamento.

A questo gruppo, nel percorso terapeutico, può seguire una terapia psicologica individuale, laddove nasca nel paziente l’esigenza di affrontare ed elaborare proprie questioni che entrano in gioco nella condotta alimentare ma che vanno anche al di là di essa, essendo parte integrante della propria struttura di personalità.

In conclusione, il processo terapeutico, tenendo conto di tutti questi fattori, non dovrebbe allora avere solo lo scopo di restituire l’integrità organica all’individuo così come era prima della patologia, ma dovrebbe tendere verso un’evoluzione più completa della persona, in direzione di un costante processo di cambiamento e di acquisizione di una nuova consapevolezza di sé e dei propri meccanismi inconsci di relazione con il cibo.

Dott.ssa Leila Zannier

Fonte: https://associazioneamigdala.it/approfondimenti/dal-nutrirsi-all2019abbuffarsi-i-significati-psicologici-del-cibo

Ti aspetto sui social! Aggiungimi qui:

E tu che ne pensi?

Lasciami un commento, la tua opinione è importante per me!

L’importanza di un’alimentazione alcalina: belli e sani mangiando

L’importanza di un’alimentazione alcalina: belli e sani mangiando

Parlando di alimentazione, che come ormai saprete è un tema di mio interesse, ho trovato alcuni giorni fa un post su Facebook che citava l’alimentazione alcalina che mi è piaciuto tanto! Allora ho voluto condividerlo qui nel mio blog perchè secondo me merita la nostra attenzione.

Credo che portare consapevolezza su ciò che mangiamo sia fondamentale perchè cibo è sinonimo di nutrimento e salute, o al contrario di malattia e poca vitalità. Se siete interessati ad approfondire questa lettura, alla fine trovate le fonti!

” Una situazione di acidosi è la causa principale o la concausa aggravante del 90% di tutte le malattie.

È stato scientificamente dimostrato che le malattie non hanno possibilità di svilupparsi in un ambiente alcalino, mentre prosperano in un terreno acido.
Questo favorisce lo sviluppo delle cellule tumorali e aumenta il livello di stanchezza cronica.

L’acidosi è determinata da diversi fattori, come:

  • un’ alimentazione acidogena, cioè fatta da proteine animali o da cereali come frumento o riso (infatti l’unico cereale alcalinizzante è il miglio)
  • dagli stress emozionali
  • da una carente espulsione di acidi dagli organi emuntori (la pelle, l’apparato urinario e l’intestino)
  • dalla mancanza di un adeguato esercizio fisico, che fornirebbe l’ossigeno di cui hanno bisogno le nostre cellule
  • da un’insufficiente assunzione di acqua, che limita fortemente la capacità espulsiva dei reni.

L’acidità rende putridi i nostri corpi, decompone le nostre cellule, tanto è vero che il bambino nasce alcalino, mentre l’anziano muore acido.

Iniziamo ad essere acidi sin da piccoli dallo svezzamento e a creare depositi di acidi nel corpo.

Con gli acidi alimentari e metabolici, che conducono alla trasformazione e alla proliferazione dei microrganismi nei corpi viventi, questo processo è messo in moto prematuramente.

La verità che ci è stata tenuta nascosta è che i sintomi sono solo i segnali di una iperacidità, e ogni malattia è una condizione di acidità generale e di fondo.

 

Se alcuni germi sono coinvolti, essi sono solo testimoni di questa condizione acida, perché quelli che invadono il corpo dall’esterno possono solo contribuire ad uno stato di squilibrio che viene determinato in modo primario dai germi presenti già nel nostro corpo, che si trovano nel connettivo o tessuto intercellulare.

 

I germi esterni possono stimolare solo sintomi secondari, mentre quelli interni sono solo l’espressione della condizione di fondo che provoca le malattie, cioè l’iperacidità e la conseguente proliferazione eccessiva ed evolutiva di microrganismi.

 

 

ESISTE UNA SOLA MALATTIA

Il dott. Robert Young, uno dei massimi esperti al mondo sui temi del pH alcalino, afferma che esiste una sola malattia, e si chiama Acidosi.

 

I 40000 nomi per le cosiddette malattie sono semplicemente una collezione di sintomi, che rappresentano le modalità creative ed intelligenti dell’organismo per tenere l’acido concentrato in alcune aree del corpo meno vitali, lontano dal sangue.

 

Se tutto questo acido raggiungesse direttamente il sangue, potremmo morire in poche ore!

 

Ecco i sintomi legati all’iperacidità: sovrappeso, allergie, intolleranze alimentari, stanchezza, vertigini, confusione mentale, disturbi dell’umore, diabete, ipercolesterolemia, osteoporosi, calcoli renali e biliari, impotenza, infertilità, disturbi mestruali, asma, bronchiti, dermatiti, tumori.

Ti potrebbe interessare anche: Dimagrire con soddisfazione: da 115 kg di peso alla felicità, la rinascita di Margherita

Le cause di acidosi sono:

1. insufficiente apporto di acqua;
2. insufficiente apporti di nutrienti alcalinizzanti (frutta e verdura cruda);
3. eccesso di alimenti acidificanti quali proteine animali (carne, formaggi, salumi);
4. stress e conflitti emozionali legati a pensieri negativi, “acidi”;
5. vita sedentaria o, al contrario, sport intensivo;
6. fumo di tabacco, bevande alcoliche, bevande gassate;
7. carenza di vitamine e sali minerali nella dieta;
8. farmaci.

 

I sistemi che abbiamo per contrastare la formazione di acidi nel corpo sono:

  • Incrementare l’ossigenazione. Poiché l’ossigeno è il più potente ed efficace mezzo antiacidità, una migliore ossigenazione si ottiene incrementando la respirazione con l’esercizio fisico.Tutti gli acidi prodotti all’interno del corpo devono combinarsi con l’ossigeno per essere espulsi.
  • Utilizzo delle riserve di aminoacidi (quali cisteina, taurina, glutatione) che vengono immessi nel sangue per tamponare gli acidi con un effetto alcalinizzante. Successivamente questi aggregati vengono espulsi attraverso la sudorazione o tramite le urine.
  • Utilizzo dell’acqua e della saliva come solvente. Oltre il 90% della popolazione è disidratata, non bevendo adeguatamente e assumendo cibi e bevande acidificanti.
  • Espulsione di minerali alcalini, quali calcio, magnesio, potassio e oligoelementi dalle ossa, dai denti e dai muscoli per combinarli con gli acidi, espulsi poi con l’urina.Risulta imperativo il reintegro, per rimpiazzare la riserva alcalina, con integratori rimineralizzanti.
  • Espulsione degli acidi attraverso la pelle, l’urina, le feci e la respirazione.

 

 

Un programma efficace si deve focalizzare su:

 

1. apertura dei pori della pelle, tramite la sudorazione, per eliminare gli acidi.
2. bere abbondantemente acqua alcalina e ionizzata, per idratare il corpo e far fuoriuscire l’eccesso di acidi.
3. pulizia del colon, per eliminare gli acidi stagnanti.
4. incrementare la respirazione, per eliminare l’anidride carbonica e immettere una maggiore quantità di ossigeno che si aggancerà agli acidi e li spingerà all’esterno del corpo.
5. depurare il fegato e i reni.

Di Francesco Oliviero dal libro MANUALE DEL BENESSERE, edito da NUOVA IPSA EDIZIONI di Palermo

Ti potrebbe interessare anche: Intestino: scopri perché è come un secondo cervello

Ti aspetto sui social! Aggiungimi qui:

E tu che ne pensi?

Lasciami un commento, la tua opinione è importante per me!

Intestino: scopri perché è come un secondo cervello

Intestino: scopri perché è come un secondo cervello

Negli ultimi anni, continuando a studiare i meccanismi con cui funziona il nostro corpo, si è arrivati a capire che il ruolo dell’intestino nell’organismo umano è molto più importante di quanto inizialmente si pensava.

Ecco allora che si sente sempre più spesso parlare di questo organo come di un secondo cervello.

Il cervello si avvale dell’intestino quale alleato prezioso per svolgere le sue funzioni ed è molto importante capire che il benessere intestinale (così come quello mentale) si ripercuote anche sul resto del corpo.

Viceversa un intestino in disordine può provocare problematiche anche a distanza.

Tra l’altro, che tra cervello e intestino ci sia una correlazione, lo lascia pensare anche il fatto che questi due organi si somigliano molto in quanto a forma.

A fare da ponte tra i due c’è il nervo vago utile in particolare a trasportare le informazioni dall’intestino al cervello.

Anche il “secondo cervello” è dotato di un sistema nervoso (enterico) costituito da una fitta rete di neuroni che ricevono e trasmettono segnali e stimoli in reazione a sensazioni e stati d’animo interni ma anche ad agenti esterni.

Questo sistema è costantemente in contatto con il sistema nervoso centrale ma allo stesso tempo è dotato di una sua autonomia e si occupa principalmente di regolare le funzioni intestinali come digestione, peristalsi, secrezioni e ph.

Sappiamo anche (tutti l’abbiamo sperimentato almeno una volta) quanto l’emotività possa ripercuotersi sul sistema gastro-intestinale, ad esempio nei casi di colite.

E questo sarebbe sempre da ricondurre allo stretto collegamento esistente tra cervello e intestino, ma si ipotizza anche il contrario ovvero che problematiche intestinali possano portare a sviluppare alcune forme di ansia o depressione.

La mucosa intestinale è poi dotata di un vero e proprio sistema immunitario che, se funziona correttamente perché in salute, è in grado di difenderci dagli agenti esterni e avvisare anche il resto del corpo che esiste un pericolo da fronteggiare così da poter mettere in moto tutte le difese necessarie.

Particolarmente utile a questo scopo è anche la flora batterica (microbiota), ovvero microrganismi di diverse specie che devono essere in giusto equilibrio e proporzioni fra di loro per garantire benessere al nostro corpo, in caso contrario prendono il sopravvento batteri e lieviti “cattivi” che fanno comparire tutta una serie di patologie e disturbi al tratto gastrointestinale e non solo.

Negli ultimi anni le ricerche scientifiche hanno capito che il ruolo del microbiota intestinale è di fondamentale importanza per la nostra salute perché svolge diverse funzioni come la regolazione della digestione dei cibi , l’assorbimento dei nutrienti fondamentali, la difesa dagli agenti patogeni, la produzione di ormoni ed è costantemente in contatto con il sistema nervoso centrale.

 

COME PRENDERSI CURA DEL PROPRIO INTESTINO

Avrete dunque capito come avere un intestino in forma sia di fondamentale importanza per la nostra salute quindi ecco 5 semplici consigli per prendersene cura:

1) ALIMENTARSI BENE

La prima regola fondamentale è seguire un’alimentazione sana ed equilibrata che varia con il variare delle stagioni e che è ricca di fibre e alimenti prebiotici, ovvero quelli di cui si alimentano i batteri buoni del nostro intestino. Queste sostanze, per noi indigeribili, permettono il regolare transito intestinale e vanno consumate ogni giorno attraverso frutta, verdura, legumi e cereali integrali. Al contrario sono da limitare al massimo gli zuccheri raffinati e il sale.

2) ACQUA

Anche idratarsi bene è fondamentale per il benessere dell’intestino e non solo. Dimenticando di bere rendiamo molto più difficile la situazione all’interno di questo organo e di conseguenza andare in bagno sarà sempre più difficoltoso fino a far comparire la stipsi.

3) PROBIOTICI

I probiotici (chiamati anche fermenti lattici) sono batteri buoni, molto utili nei casi in cui a causa dell’assunzione di antibiotici, di una dieta sregolata o della comparsa di problematiche intestinali, vi sia uno squilibrio della flora batterica intestinale. La loro assunzione permette di ripristinare tutte le regolari funzioni dell’intestino, ecco perché ve ne sono di diverse specie e in varie formulazioni in farmacia ed erboristeria che andrebbero valutate caso per caso.

4) ATTIVITA’ FISICA

L’attività fisica fa bene a tutto il nostro corpo, intestino compreso, sia a livello fisico, dato che migliora la circolazione, il metabolismo e stimola la regolare motilità intestinale, sia a livello mentale dato che permette di scaricare le tensioni e lo stress accumulato.

5) TECNICHE DI RILASSAMENTO

Dato che l’intestino, collegato al cervello, è un luogo dove è molto facile avvertire problemi e tensioni a causa di emozioni e stress, niente di meglio che prendersene cura riposando a sufficienza e magari utilizzando, se si conoscono, tecniche di rilassamento.

Francesca Biagioli

Fonte: https://www.greenme.it/vivere/salute-e-benessere/14809-intestino-secondo-cervello

Ti aspetto sui social! Aggiungimi qui:

E tu che ne pensi?

Lasciami un commento, la tua opinione è importante per me!

Fame nervosa: mangiare è legato alle gratificazioni affettive

Fame nervosa: mangiare è legato alle gratificazioni affettive

Parliamo di fame nervosa! Poco tempo fa mi è passato davanti questo bell’articolo con cui sono d’accordissimo!

Nella nostra pancia è presente un cervello vero e proprio, che sebbene contenga meno neuroni di quello nella testa, decide il nostro umore e rielabora le emozioni e i ricordi. E’ sede della maggior parte del sistema immunitario ed è il luogo dove viene prodotta l’energia che usiamo. Quindi quello che accade nella pancia è fondamentale e decide il nostro rapporto col cibo.

Ho approfondito questo argomento nell’articolo:  Intestino: scopri perché è come un secondo cervello

Gli psicoterapeuti sanno bene come le emozioni e i traumi si riflettano nel corpo e il nostro linguaggio comune ce lo ricorda in continuazione: sei verde dalla rabbia, sei rosso dalla vergogna, mi è rimasto sullo stomaco, ho le gambe molli, sei una testa vuota, hai un cuore di pietra, l’ho presa di petto, ecc.

Quante volte mangiamo per reale necessità e quante volte per fame nervosa?

Circa il 90% delle comunicazioni sono “bottom-up” cioè dall’intestino al sistema nervoso centrale e riguardano la trasmissione di informazioni generate nell’apparato digerente, ma c’è una quota minore comunque rilevante, di comunicazioni “top-down”.

Forti sensazioni, eventi traumatici, stress emotivi elaborati nel sistema nervoso centrale possono causare disturbi nel funzionamento gastro-intestinale come crampi addominali, coliti, stipsi, diarrea, nausea, vomito.

STATO EMOTIVO E RIFLESSO NELL’APPARATO DIGERENTE

Alcune ricerche hanno messo in luce che le persone depresse hanno un ritmo dei processi digestivi rallentato e tendono alla stitichezza, mentre le persone ansiose presentano un transito accelerato del cibo, in particolare nel colon.

Altre ricerche hanno evidenziato che specifiche emozioni hanno un effetto importante sullo stomaco: per esempio la paura riduce la dilatazione dello stomaco e induce una sazietà precoce.

Lo stress può causare diarrea, nausea o vomito. Infatti lo stress è un sistema innato finalizzato a salvarci la vita: per l’uomo delle caverne è stato senz’altro funzionale liberarsi l’intestino nelle situazioni di pericolo poiché ciò alleggerisce il corpo favorendo la fuga. Tuttavia nella società moderna, se la condizione di stress è cronica, anche queste reazioni viscerali si cronicizzano.

IL CIBO CERCA DI COLMARE UN VUOTO

Il Dott. Marco Pastorini, psicologo e psicoterapeuta scrive così nel suo blog: “Mangiare può prendere inizio da una sensazione fisica, ma molto spesso da un’emozione. Se stai mangiando mentre stai provando noia, stress, fatica, tensione, rabbia, solitudine, ansia o depressione, ricorda che sei dentro alla fame nervosa per riempire un vuoto.

La fame corporea non arriva così all’improvviso: è la fame nervosa quella che ti prende di sorpresa. E’ la fame nervosa quella che ti fa aver bisogno di essere immediatamente sazio. La fame corporea può aspettare.”

Ti potrebbe interessare : Dimagrire con soddisfazione: da 115 kg di peso alla felicità, la rinascita di Margherita

NELLA SOCIETA’ MODERNA L’ALLATTAMENTO E’ L’UNICO MOMENTO DI INTIMITA’ CON LA MADRE

La Dott.ssa Carla Sale Musio spiega chiaramente la connessione tra quello che accade nei primi mesi di vita e la disfunzionale relazione col cibo che si avrà negli anni futuri: “Durante le poppate il piccolo ritrova (almeno in parte) la fusione con il corpo materno e sperimenta nuovamente la totalità che esisteva prima della nascita. Nella nostra frenetica vita moderna, però, quello è spesso anche l’unico momento d’intimità concesso alla madre e al bambino. Gli orari di lavoro, la gestione della casa, l’accudimento di altri fratellini e un certo tipo di pedagogia distolgono l’attenzione della mamma, impedendole quella dedizione totale di cui ogni nuovo nato ha bisogno per superare positivamente il trauma della nascita.

Queste considerazioni, naturalmente, valgono soltanto per la nostra specie. Umana.

Gli animali dedicano ai loro cuccioli un tempo totalizzante e di appartenenza reciproca che le mamme umane, per assolvere le tante richieste della società, sono costrette a delegare a nonni, baby sitter e asili nido. L’allattamento, perciò, diventa un momento preziosissimo per il bambino che, almeno in quello spazio di tempo, può rivivere l’unità originaria, sperimentando la sensazione di esclusività e di potere che deriva dal sentirsi contemporaneamente se stessi e il mondo, in un unico Tutto inscindibile.

IL CIBO PRENDE SUBITO IL POSTO DELLE CAREZZE E DEGLI ABBRACCI

“Proprio le caratteristiche che rendono l’allattamento un momento così speciale, finiscono per trasformarlo nella premessa della dipendenza che, in seguito, caratterizzerà l’alimentazione.

Infatti, è in quei momenti che il cibo diventa lo strumento privilegiato per ricevere amore.

Nella cultura umana il contatto fisico (a meno che non sia erotizzato) è bandito dalle relazioni, ma la necessità di condividere l’affettività trova nell’alimentazione uno spazio sostitutivo, lecito e incentivato culturalmente.

Durante l’allattamento (in un periodo in cui la mente non ha ancora sviluppato una propria capacità critica) in seguito alla mancanza di fisicità e continuità nel rapporto tra mamma e bambino, s’imprime nelle percezioni la sensazione che mangiare soddisfi il bisogno d’amore, e il cibo prende il posto delle carezze e degli abbracci di cui tutti i piccoli hanno bisogno per sopravvivere.”

Ecco perchè si chiama “fame nervosa”, deriva da uno stato interiore di “nervoso”, qualcosa che proviamo a risolvere mangiando e che crea uno stato interiore di disagio.

CONCLUSIONE

Prima di pensare a quale sia la dieta più giusta ricorda che la mente ha una forza enorme sul corpo: anche il cibo più sano potrà produrre tossine e creare disturbi fisici se non digerito correttamente, e una corretta digestione può avvenire solo se la pancia è alleggerita da tutto quello stress dovuto ai traumi passati e ad un ritmo accelerato di vita.

Lasciamo andare tutto il peso emotivo del passato che ci portiamo dietro.

Permettiamoci di lasciarlo andareStare nella natura, camminare a piedi nudi, giocare con gli animali, divertirsi con i bambini, meditare, respirare, fare stretching, yoga e attività fisica, ridere, cantare e ballare sono tutte cose che aiutano tantissimo in questo: tutte attività che quando siamo proiettati nel futuro trascuriamo completamente.

Dobbiamo allora cercare di portare consapevolezza sulla nostra fame nervosa in modo da non esserne vittime passive ma spettatori attenti ai segnali che ci dà il nostro corpo e il nostro interiore, trasformandola e gestendola in positivo.

Fonte: http://aprilamente.info/il-mangiare-e-legato-alle-gratificazioni-affettive-negate/

 

Ti aspetto sui social! Aggiungimi qui:

E tu che ne pensi?

Lasciami un commento, la tua opinione è importante per me!

Perchè ho deciso di provare il programma Juice Plus

Perchè ho deciso di provare il programma Juice Plus

Mi sono avvicinata a questo mondo molto delicatamente, osservandolo per molto tempo.

Spesso vedevo i post dei prima o dei dopo, sinceramente pensavo fosse tutto una gran cavolata, o solo una cosa superficiale.

Poi piano piano ho iniziato a vedere le cose diversamente, ancora di più una volta inserita nel gruppo delle testimonianze Juice Plus ho potuto tuffarmi completamente in un mare di storie che in molti casi lasciano a bocca aperta (puoi vederne alcune cliccando qui). In realtà non credo basti essere semplicemente inseriti in un gruppo per capire le potenzialità Juice Plus, ma deve essere anche il momento giusto per noi, quel momento in cui riusciamo a cogliere l’opportunità.

Ma veniamo al punto! Perchè ho deciso quindi di non fare la dieta Juice Plus?

Semplice… perchè non è una dieta. È qualcosa di molto più profondo, è uno stile di vita.

Un ‘alimentazione corretta dovrebbe essere alla base della nostra vita per mantenerci in forma e vitali.

Quindi non ho deciso di seguire la dieta Juice Plus, ho deciso di seguire lo stile di vita che incarna l’azienda stessa, quello della cura e dell’amore per il proprio corpo, che è un tempio sacro!

Quante volte mangiamo male? E di fretta? A me personalmente capita ancora di fare degli errori alimentari, spesso la fretta e lo stress incidono sulla mia alimentazione!

Dopo le mie due gravidanze sono dimagrita più di prima e non ho bisogno di dimagrire ulteriormente. Quindi perchè ho scelto Juice Plus?

L’ho scelta perchè mi aiuta nell’integrazione di frutta e verdura prima di tutto (30 tipi di frutta e verdura). Avete presente quella storia che dovremmo mangiare almeno 5 tipi di frutta e verdura al giorno?

Ecco, io non sono dietologa ne nutrizionista, ma si sono padrona del mio corpo e l’unica che può ascoltarne i segnali, e quando non mangio sufficiente frutta e verdura il mio corpo non è molto contento!

Spesso la dieta e i prodotti Juice Plus si sponsorizzano come metodo di dimagrimento, ma non è quella la base!

Semplicemente è l’effetto che si nota maggiormente a livello visivo soprattutto in chi è un pò sovrappeso e comincia il programma.

Sicuramente il dimagrimento è una conseguenza del seguire un regime alimentare corretto, con l’assunzione delle corrette quantità di frutta, verdura, proteine, carboidrati, acqua, nei tempi adeguati, e l’esecuzione di movimento fisico; una volta raggiunto il risultato che vogliamo bisogna sempre ricordarsi di mantenerlo!

Per questo l’alimentazione corretta è uno stile di vita, un’abitudine che deve rimanere costante nel tempo!

Ah si, altra cosa importante… il famoso programma! Che cosa è?

Il programma è una linea guida che si riceve dopo l’acquisto dei prodotti Juice Plus scelti a seconda delle proprie esigenze, per cominciare ad ottenere i risultati desiderati a livello corporeo e mantenerli poi nel tempo. È un aiuto prezioso con consigli, ricette ed esercizi, ma mai sostituisce il medico ed esigenze personalizzate. Se avete infatti particolari problemi di salute affidatevi sempre all’esperto che ritenete più adatto e competente, e soprattutto ascoltate il vostro corpo.

Ti aspetto nella community #LOVEYOURBODY

Ti aspetto sui social! Aggiungimi qui:

E tu che ne pensi?

Lasciami un commento, la tua opinione è importante per me!